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"Vite in conserva. Ingannare il mito dell'eterna giovinezza, rinascere come atto di ribellione." 

hace 2 horas
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Per la “Merenda d’artista” del 30 agosto 2026, evento organizzato dall’Associazione culturale L’Ortica, mi è stato chiesto di parlare della vita dopo gli “anta”, in chiave letteraria e culturale. 

Posto che per me l’unico momento che merita di essere vissuto, in un’ottica abbastanza epicurea se vogliamo, sono il qui e l’ora che ovviamente ci portano a concepire anche il futuro e il passato come “non più luoghi” o “non ancora luoghi” in cui ci si può rifugiare o a cui tendere, ma in effetti credo che il nostro potere e la nostra libertà di azione siano di fatto solo nel presente. Anche l’arte e la letteratura che siamo qui a celebrare questo pomeriggio, in questo giardino, in questo momento caldo dell’estate, ci ricordano che l’atto creativo avviene solo nel presente, anche se poi resta “corpo” dentro l’oggetto stesso della produzione. A me succede, per esempio e poi magari mi raccontate se succede anche a voi, quando vedo dal vivo un’opera che mi piace molto, non so “La cappella Sistina” per prendere un esempio esperienziale che quasi tutti abbiamo condiviso, vorrei avere di fianco Michelangelo, vorrei poterlo toccare quel corpo e quella mano e sento quasi un dolore fisico nel non poterlo fare, la sua assenza si fa presenza e aleggia come un fantasma e manca, manca brutalmente anche se non lo abbiamo mai conosciuto. E allora cerchiamo la sua biografia, gli aneddoti, altre opere, spesso ci diciamo che è per capirlo meglio, ma secondo me è perché sentiamo affetto per quel corpo che ha prodotto qualcosa di così materialmente meraviglioso. Questo dimostra che in fondo non moriamo mai quando lasciamo traccia materiale di noi, perché rinasciamo nel desiderio degli altri. Non serve essere Michelangelo tutti, più o meno, mentre viviamo lasciamo tracce: la nostra vita è nei nostri cassetti, nelle scatole di biglietti con la lista della spesa, nei rammendi sui calzini, nei disegni fatti anche solo da bambini, nei racconti o nelle storie romanzate che abbiamo raccontato a qualcuno che le ricorda e le ri-narra, nelle tazzine scelte per il caffè, in un audio inviato a qualcuno, in un sasso levigato lasciato sul comò. Siamo mortali, tangibili e finiti nel nostro tempo, ma imperituri nei segni che lasciamo di noi e che riecheggiano e rivivono negli altri. Eppure nonostante ciò pare che oggi più che mai, invece di reinventarci costantemente vivendo il presente, cerchiamo di essere all’altezza di ciò che ci viene richiesto dalla società e di farlo in tempi conformi per non uscire dall’asse della visibilità globale.  


E’ vero per tutti, ma lo è molto di più per le donne, visto che in una società patriarcale come la nostra il nostro corpo, inesorabilmente marcato dal passare del tempo, è ancora un campo di dominazione. Prendo le donne come esempio per due motivi, il primo è perché è ciò che io conosco in quanto donna e parlo dunque da uno sguardo interno e privilegiato, secondo perché i meccanismi che si vedono verso i più fragili, gli invisibili o invisibilizzati, i “non conformi” sono quelli che realmente dovrebbero farci riflettere. La donna in una società “patriarcale” è invisibile e invisibilizzata, delegittimata e lo è tanto di più se si allontana dallo stereotipo sociale: in essenza se entrare negli -anta per un uomo italiano di classe medio alta è comunque un passaggio delicato perché si suppone che deve avere una casa, una famiglia, un certo potere sociale ecc… per una donna è infinitamente peggio perché si va a criticare anche e soprattutto il suo corpo, e se la donna fosse nera, musulmana  e povera la sua situazione sarebbe via via peggiore: nella zona dell’essere per dirla come lo psichiatra Fran Fanon ci sono delle gerarchie che peggiorano visibilmente nella zona del non-essere fuori dal mondo concepito come mondo standardizzato, occidentale, coloniale chiamatelo come vi pare . 


Scriveva Michela Murgia in un suo post social alcuni anni fa: 


C'è voluto un po' perché io e @chiaratagliaferri ci rendessimo conto che anche tra le donne più strutturate contro i pregiudizi c'erano dei tabù che risultava difficile violare. Uno di questi è il rapporto tra le donne e il tempo che passa e lo abbiamo capito raccontando @cher, @madonna e il loro modo di vivere l'età, a detta di molti e molte "poco dignitoso". Ridicole. Irrisolte. Imbarazzanti. Sono questi i giudizi che abbiamo sentito, mai rivolti a colleghi come Mick Jagger (76) o Bruce Springsteen (70) ai quali mantenere il modello della loro gioventù ha fruttato piuttosto i titoli di "eterno ragazzo" e "mito inossidabile". Dentro gli occhi delle donne stesse convive un doppio imperativo: non dover invecchiare o almeno saperlo fare. Rimandare il più possibile l'uscita dalla sfera seduttiva oppure rinunciarci completamente per salvarsi dal ridicolo. Non esistono modi "dignitosi" di invecchiare: esistono modelli che persino da vecchie ci viene imposto di non modificare. "Non sanno accettarsi", sentiamo dire, ma è falso. Sono gli occhi altrui che non sanno accettare che una donna possa scegliere come essere a ogni età. #morganasonoio #morgana @storielibere.fm


Ecco forse dovremmo tutti e tutte cambiare lo sguardo. Le  donne e i loro corpi sono alla permanente ricerca di una forma consona all’età e al ruolo che la società assegna loro e gli uomini (sottolineando che anche questo binomio uomo-donna è un mero costrutto sociale giacché avere certi organi genitali non dovrebbe definire chi siamo o come siamo né permettere al potere di decidere chi o cosa dovremmo essere) e gli uomini, dicevo, cercano il dominio di questi corpi come se questo significasse non invecchiare, rimanere sempre “testosteronicamente” nel potere anche quando non lo si desidera o non ci si riconosce. Un esempio lampante di questa folle schizofrenia sociale la possiamo vedere nei numeri spropositati delle vendite di donne robot che elargiscono non solo compagnia ma anche prestazioni sessuali pensate per il maschio dominante che cerca il piacere nella violenza e nella sottomissione o ancora nei vari scandali dei giorni nostri dagli Epstein files ai vari gruppi Facebook come mia moglie. E’ doloroso vederci sotto questa lente, ma è anche una lettura sociale necessaria. Come nasce questa gabbia, come funziona da detonatore per odio e violenza? Ma anche solitudine, dolore, idealistica ricerca di una felicità impacchettata? 


Viviamo vite in conserva, ma non siamo marmellate. Le donne perseguono modelli di gioventù imposta da una società che poi violentemente le vilipendia per non essere mai all’altezza come dice Murgia e gli uomini sono spinti ad adorare corpi svuotati dalla loro anima, a volte infantilizzati, come fossero “bambole”  per dimostrare di essere parte di quella tribù di potere del “maschio dominante”. Diremmo noi ma che distopia è scegliere una donna che sia docile come una bambina o addirittura come una bambola che soccombe ai desideri e alle fantasie maschili solo per far sentire gli uomini capaci di mantenere il loro potere? Non è una distopia è sotto gli occhi di tutti, è nei commenti a volte magari anche forzati e involontari dei sessantenni che fischiano alle ragazzine, dei bambini che commentano i corpi delle madri, dei potenti che passeggiano con donne con più plastica della Barbie stessa. Non ne faccio una questione morale, non mi interessa ma davvero siamo sicuri che sia quello che vogliamo quando finalmente lasciamo l’adolescenza ed entriamo nell’età matura? Rimanere o bramare per sempre i corpi adolescenti e conflittivi? 


Un tempo e non mi riferisco alla preistoria, nelle nostre civiltà contadine così care a Pasolini, invecchiare era sinonimo di saggezza, di conoscenza, gli anziani e le anziane narravano storie meravigliose nelle lingue vernacole, le mani dei pescatori, le braccia delle azdore, le rughe delle nonne, le pelli bruciate dal sole dei braccianti erano l’iconografia di chi la vita la conosceva. Io ricordo fra lo spentolare con le  marmellate e le salse di pomodoro, il crepitio del fuoco che faceva da eco a quel mondo che fu. Invecchiare era parte dello scorrere del tempo, si diventava memoria, si rallentava per ricordare, per prendersi cura, per trasmettere. Mentre la borghesia nelle città in forte sviluppo si stava appropriando dei corpi e della loro forza “erotica” naturale e quando diciamo erotica, ci riferiamo alla forza vitale, che è anche e prima di tutto, istinto, creatività, libertà (basti pensare a come Pasolini mette sullo schermo il dominio del potere sul corpo e la sessualità nel celebre “Salò e le 120 giornate di Sodoma”) a far da contrasto a questo universo “malato” e intendo proprio che ci faceva e ci fa ammalare, rimaneva il mondo contadino del ‘900 che non era certo un’arcadia ma lì si poteva ancora vivere e invecchiare felicemente. Attenzione, non sto dicendo che non ci fossero il maschilismo, la violenza, la fatica, gli orrori, l’ignoranza e la brutalità, ma c’era più consapevolezza della parte istintuale dell’essere umano, dei ritmi e dello scorrere del tempo, con il vento, il sole, le stagioni. L’anziano o l’anziana aveva tempo, si dedicava agli altri, alle sue passioni e poi qualcuno si prendeva cura di lui/lei e si andava verso la morte con dolcezza. Pensate alle parole di Guccini (che oggi non si poteva non citare vista la sua recente dipartita): 


“Un vecchio e un bambino si preser per mano

e andarono insieme incontro alla sera

la polvere rossa si alzava lontano

e il sole brillava di luce non vera.


E il vecchio diceva, guardando lontano:

"Immagina questo coperto di grano,

immagina i frutti e immagina i fiori

e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,

crescevano gli alberi e tutto era verde,

cadeva la pioggia, segnavano i soli

il ritmo dell' uomo e delle stagioni"


C’è tristezza? Sì. Nostalgia? Anche. Ma c’è anche tenerezza, dialogo, immaginazione, idealismo di mantenere viva con la forza dell’utopia ciò che si è visto e imparato: Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!". La vecchiaia era una stagione della vita che si accettava e questo è vero in quasi tutti i mondi ancora legati alla terra, al lavoro delle mani e alla dipendenza cosciente dalla natura e la connessione la mostra la premio Nobel per la pace Rigoberta Menchu, guatemalteca di etnia K'iche che scrisse in uno dei suoi celebri discorsi: 

 

"Para los abuelos mayas, la felicidad no se trata de acumular cosas, sino de necesitar pocas cosas para ser feliz, incluyendo la conformidad con uno mismo"

“Per i nonni maya, la felicità non consiste nell'accumulare cose, ma nell’aver bisogno di pochissimo per essere felici, soprattutto l’essere fedeli a se stessi”. 


Essere vecchi, almeno idealmente, era essere saggi e coerenti. Per noi oggi no: se mi guardo intorno, non siamo quasi più capaci (parlo di società e non di singoli individui) di pensarci per noi. Quindi non cerchiamo di invecchiare per essere soddisfatti di noi stessi, per poterci guardare serenamente allo specchio e compiacere il nostro sguardo, ma siamo alla ricerca dell’essere all’altezza di ciò che la società esige da noi. Noi figli e nipoti dell’Italia contadina, siamo diventati parte del sistema capitalistico che si vuole appropriare del nostro “non invecchiare” perché invecchiare ci ricorda che siamo mortali e ne siamo tremendamente spaventati e chi ha paura, è più facilmente ammansibile lo sappiamo bene. Ci hanno nutrito a pane e paura, o dovrei dire a pastine confezionate e paura dagli anni ‘80. Che l’industria dell’eterna giovinezza sia un ingranaggio economico da milioni di dollari, è ormai sotto l’occhio di tutti, basti pensare alle pubblicità e alle icone del nostro tempo, alla moda delle beauty routine, alle bambine di 4 anni che festeggiano il compleanno dall’estetista (è una notizia vera, letta mi pare sulla Repubblica) a come noi moderni Dorian Gray inseguiamo il sogno di essere felici in corpi sempre prestanti. Come sottolinea il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han “L’allungamento della vita a ogni costo avanza a livello globale diventando il valore piú alto, che mette tutti gli altri in secondo piano. Nel nome della sopravvivenza sacrifichiamo volentieri tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta”. Non a caso il verbo che si sottintende per noi esseri umani contemporanei è “sopravvivere”, che dovrebbe essere un’azione estrema. Cerco di sopravvivere a una pandemia, a un attacco zombie (questo in effetti ci manca 🤣), a un attentato, a una malattia, a un incidente, ecc… ma normalmente sulla terra si dovrebbe vivere, condividere, crescere, mutare, apportare, invecchiare, migliorare, peggiorare e poi rinascere in una nuova versione più consapevole ogni giorno e infine morire, solo alla fine morire. 

E invece la società, soprattutto parlo di quella occidentale che conosciamo meglio, è dominata dall’isteria della sopravvivenza, è una società di “non morti” dice Han in “La società senza dolore”: troppo vivi per morire e troppo morti per vivere, ovvero gli zombie siamo noi, aggiungo.  Chi o cosa ci ha trasformato così? Sicuramente il capitalismo sfrenato e imperante dove la vita, quella vera, non ha più nessun valore, basti pensare ai recenti casi di attualità, come Ceuta, i morti del Mediterraneo o al genocidio di Gaza. La vita degli altri non è qualcosa di sacro, da proteggere. Mantenere noi in uno stato di eterna soglia fra la vita e la morte sì è una priorità. 


Vazquez Montalbán, lo scrittore catalano amico stretto di Camilleri (come ci mancano entrambi!!) fece dire al suo famoso e cinico detective Pepe Carvalho “Dopo i quaranta, ognuno è responsabile della faccia che ha” e con questa massima sottolineava quanto le nostre scelte, soprattutto quelle morali, si imprimono anche sui nostri connotati. Scegliere di non invecchiare mai, ci pone una maschera che parla di noi, delle nostre scelte e di una società che non si prende mai le sue responsabilità. Prima di diventare anziani, vecchi (voglio proprio insistere su questa parola tabù perché ciò che non si pronuncia non esiste e invece noi invecchiamo che ci piaccia o no, mentre parlo sto invecchiando) dovremmo diventare adulti, responsabili, dovremmo apprendere dai nostri errori e proteggere le persone più fragili che hanno bisogno di noi, e invece pare che il mito di Peter Pan sia la nuova frontiera di una società involuta, egoista, siamo dei Pinocchio nel paese dei Balocchi e uscire non è mai stato così difficile. 


Da Collodi: 

“Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.

Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati a grandi strisce gialle e turchine.

Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca.

E il conduttore del carro?...

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese de’ balocchi.»

Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri come tante acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno diceva ohi! nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c’erano nè libri, nè scuole, nè maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano nè i disagi, nè gli strapazzi, nè la fame, nè la sete, nè il sonno”. 

Collodi scriveva un romanzo di formazione, per ragazzi, ma ecco su quel carro ora ci sono i quarantenni, i cinquantenni, le madri, i padri, le nonne, le maestre, i piloti, ecc…  sedotti dal non dover faticare a guardare il mondo nella sua realtà. Davvero possiamo permettere che la vita dopo gli -anta sia questo? Davvero non siamo in grado di vedere che il corpo invecchia ma le aspettative e gli sguardi possono moltiplicarsi? Vogliamo cedere alla paralisi del nostro tempo e rimanere inchiodati a ciò che lo sguardo altrui ci restituisce? Io credo proprio di no, che la vita soprattutto dopo una certa età possa prendere la rotta della consapevolezza. Poi mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, perché queste mie parole non vogliono essere delle pietre miliari ma degli spunti di discussione e riflessione. 




Comunque prima di perdermi nelle ultime considerazioni, stavamo parlando della zombificazzione della società occidentale, facendo riferimento al modello predominante che ruota intorno al potere dell’uomo etero bianco e generalmente ricco o comunque servile al capitalismo più sfrenato, quello che specula in borsa mentre Trump fa oscillare i mercati con la guerra in Iran, per intenderci. A quello che senza neanche accorgersene commenta il corpo delle donne, magari anche delle bambine e attenzione perché anche molte donne proteggono e si stringono intorno a quel modello, quando magari cercano un partner o difendono un sistema o ne sono parte. A tal proposito volevo citare il mio amatissimo poeta veggente, Federico García Lorca che nella sua celebre poesia “L’Aurora” descrivendo una distopica (si fa per dire ormai) New York del 1929 scrive: 


“I primi che escono sentono sulle loro ossa

che non vi sara’ paradiso né amori sfogliati;

sanno che vanno a un fango di numeri e di leggi,

a giuochi senz'arte, a sudori senza frutto.


La luce è sepolta da catene e rumori

in un’impudica sfida di scienza senza radici.

Nei sobborghi c'è gente che vacilla insonne

come appena uscita da un naufragio di sangue”.




Dove la scienza senza frutto è appunto l’economia moderna, gli affari di Wall Street, la macchina di soldi per generare soldi che vengono ri-spesi per generare altri soldi e che, in Lorca come in Pasolini, si contrappone al lavoro che produce, alla fatica delle mani e della terra che è fecondata dagli uomini per restituire loro ciò che serve per vivere e lasciare loro il tempo di sognare. Gli uomini e le donne costretti a non avere tempo, in un ingranaggio produttivo, non dormono più e all’alba sembrano una marea di zombie che escono da un naufragio di sangue. Non abbiamo tempo ma siamo agli antipodi del mondo andaluso dove gli amanti sanno di menta e rugiada nelle sue poesie. Ecco quell’immagine distopica oggi è più vera che mai. 


Ma per riprendere il filo da quando invecchiare, o meglio potrei dire crescere, evolvere, cambiare pelle ci fa così tanta paura? Forse da sempre, ma c’è stato un tempo (e forse uno spazio) dove lo si accettava. I romantici (in senso letterario) direbbero che siamo nati con un’unica certezza ,ovvero che alla fine ci aspetta la morte e questo senso di “finitudine” porta con sé l’angoscia della perdita (noi mutiamo costantemente e ogni giorno rinunciamo a qualcosa che va mutando), ma allo stesso tempo questo essere così effimeri dovrebbe spingerci a vivere al limite, esplorando e assaporando ogni grammo di vita e celebrando-esorcizzando la morte con parole e gesti di vivida bellezza. La morte nel Romanticismo è quasi un essere idealizzato, qualcuno/a (qui dovremmo farci due domande sul fatto che la morte sia “femmina”, qualcuno invoca la grammatica, qualcun altro il fatto che dalla notte dei tempi e nei miti la donna coincida con colei che dà la vita e che quindi la può recidere, in Messico parlano de Santa Muerte, rappresentata dalla classica figura dello scheletro, la Catalina, con il vestito folclorico e il fiore nei capelli, io sospetto che a noi donne nel corso del tempo abbiano dato solo iconografie ingrate: madri, vergini, sante, la dama nera o le parche, streghe (insomma per l’iconografia siamo tutto e il contrario di tutto ma sempre in ruoli estremamente difficili da sostenere) che teniamo ma ci affascina. 


Comunque una donna, una poetessa gallega romantica, con una vita sommamente difficile, scrisse :


“Nada hay eterno para el hombre, huésped

De un día en este mundo terrenal,

En donde nace, vive y al fin muere

Cual todo nace, vive y muere acá”.


R. de Castro, “Era apacible el día”


“Nulla c’è di eterno per l’uomo, ospite 

per  un giorno in  questo mondo terreno, 

ove nasce, vive e alla fine muore

come tutto nasce, vive e muore quaggiù”


Vita e morte sono due facce dunque della stessa medaglia e per i Romantici sfidare la morte con la propria vita era un atto di ribellione, il gesto di una gioventù a cui non era rimasto nulla, che vedeva davanti a sé la distruzione di tutti i valori della società nata in seno all’Illuminismo, era morta la speranza di risolvere con la ragione i conflitti e i dilemmi del mondo, era patente davanti a loro che la speranza di un mondo migliore non poteva essere delegata ai filosofi (per altro con il senno del poi tutti uomini, bianchi e di potere) e che l’Io umano non poteva rinunciare alla libertà e all’autodeterminazione di qualcuno che si era seduto a tavolino per creare una luce. Figure importantissime come Manzoni o Goya che nascono Illuministi finiscono per morire romantici o comunque incarnano la consapevolezza della realtà, pensate solo alle immagini delle pitture nere di Goya o al Saturno che divora i suoi figli. Ecco credo che la nostra storia ora sia qui, siamo sulle ceneri della democrazia, un popolo (e non solo gli italiani) incattivito, spaventato, rancoroso che si lascia divorare dai suoi padri, padroni. Ma ci resta qualcosa da fare, vivere e invecchiare come atto di ribellione. Prendere consapevolezza che dopo gli -anta noi diventiamo più forti, ogni giorno la vita ci dà una lezione, ci restituisce qualcosa e quel qualcosa lo possiamo mettere a frutto, possiamo anche farci la maschera al viso e andare in palestra ma senza dimenticarci che lo facciamo per il nostro sguardo e non per quello altrui. 

E per darvi e darmi coraggio vorrei chiudere con un altro grande esempio letterario, un “eroe” che a 49 anni circa trova la forza di reimmaginare il mondo. 


“Toccava l’età di cinquant’anni; forte di complessione, adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia. Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verisimili congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il che poco torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero.

importa bensì di sapere che negli intervalli di tempo ne’ quali era ozioso (ch’erano il più dell’anno), applicavasi alla lettura de’ libri di cavalleria con predilezione sì dichiarata, e sì grande compiacenza che obbliò quasi intieramente l’esercizio della caccia ed anche il governo delle domestiche cose: anzi la curiosità sua, giunta alla mania d’erudirsi compiutamente in tale istituzione, lo indusse a spropriarsi di non pochi de’ suoi poderi a fine di comperare e di leggere libri di cavalleria”.


Finalmente Alonso Quijano, meglio noto a voi come Don Chisciotte, a 50 decide che la fantasia, l’immaginazione, il tempo possono aiutarlo a salvare il mondo e parte all’avventura, facendoci sbellicare dalle risate grazie alla penna audace di Cervantes che fa agire il suo beniamino stravagante dentro alla realtà, cioè noi vediamo il personaggio (che crede di essere in un libro di cavalleria e dunque in un mondo idealizzato) agire nella tragica realtà quotidiana. Io ai ragazzi dico sempre, perché capiscano: è come se il bidello ora entrasse in classe vestito da superman e convinto di esserlo per risolvere i problemi della scuola. In un film di Superman non ridete di Superman, ma nella classe il bidello che è convinto di esserlo vi pare folle. Eppure in quella follia c’è la bellezza di un uomo anziano (50 anni nel ‘600 erano forse 70 oggi essendo ottimisti) che sogna, sogna nella sua follia di poter avere la forza per cambiare il mondo e la sua Dulcinea per lui è bella, non importa che sia una contadina di mezza età strabica, perché lui ama l’idea di amarla e la onora in ogni modo perché lei è degna come qualsiasi altra persona. E forse la morte di Don Chisciotte è uno dei momenti più tristi della storia della letteratura, perché lo volevamo vivo in mezzo a noi e invece se nel primo libro Cervantes lo aveva lasciato vagare per i mondi, nel secondo volume lo uccide  a causa della versione apocrifa che un tal Avellaneda aveva pubblicato, lo uccide affinché nessuno più se ne appropri, lo uccide con grande amore. Gli dà la miglior morte che si potesse desiderare all’epoca, amato, circondato dai suoi affetti, nel suo letto dopo aver fatto testamento e aver abiurato le sue follie. Muore un uomo e nasce un mito: 


“Giunse finalmente l’ultima ora per don Chisciotte, dopo avere avuti tutti i sacramenti e dopo avere abbominati con molte e sode ragioni tutti i libri di cavalleria. Il notaio allora disse ad alta voce: — Non ho mai letto in alcuna opera di cavalleria che un cavaliere errante sia morto nel suo letto così tranquillo e così cristianamente rassegnato come don Chisciotte.„ Tra la compassione ed il pianto dei circostanti egli dunque esalò lo spirito, e voglio dire morì; ed il curato ottenne dal notaio la legale testimonianza che “Alonso Chisciano il buono, chiamato comunemente don Chisciotte della Mancia, era passato da questa presente vita, e morto naturalmente.„ Si volle questa giurata prova per togliere l’occasione che qualche altro autore, diverso da Cide Hamete Ben-Engeli, lo facesse risuscitare con falsità e dettasse interminabili storie delle sue prodezze. E questo fu il fine dell’ingegnoso Idalgo della Mancia, la cui patria non volle Cide Hamete rendere chiaramente nota per lasciare che tutti i paesi e i villaggi della Mancia contendessero tra loro per affigliarselo e tenerlo per suo, come contesero per Omero le sette città della Grecia.

Non si registrano in questo luogo le lamentazioni di Sancio, della nipote e della serva di don Chisciotte, nè i nuovi epitaffi della sua sepoltura. Sansone Carrasco però gli pose il seguente:

“Giace qui il forte idalgo salito a tal grado di valore, che morte non potè trionfare di lui nel suo morire.

“Affrontò tutto il mondo e vi recò lo spavento; e fu sua ventura viver pazzo e morir rinsavito”. 

In spagnolo è più bello leggere il suo epitaffio: 

Yace aquí el hidalgo fuerte

que a tanto estremo llegó

de valiente, que se advierte

que la muerte no triunfó

de su vida con su muerte44.

   Tuvo a todo el mundo en poco,

fue el espantajo y el coco

del mundo, en tal coyuntura,

que acreditó su ventura

morir cuerdo y vivir loco4


Da lì visse in eterno, perché il suo personaggio incompreso dai filologi del tempo, continua a parlarci, continua a dirci che non ci si può rassegnare e che si può lottare contro i Mulini a Vento tutta la vita, in quella tensione verso l’utopia che noi, dopo gli -anta instancabilmente dobbiamo perseguire, perché ci rimane solo l’amore (che è anche eros come forza vitale) in cui credere per l’eternità, perché con o senza di noi le nostre tracce resteranno su questo mondo,   ma la chiosa la lascio alla voce suprema di Emily Dickinson: 



Long Years apart - can make no

Breach a second cannot fill -

The absence of the Witch does not

Invalidate the spell -

The embers of a Thousand YearsUncovered by the HandThat fondled them when they were FireWill stir and understand

   

Lunghi Anni lontano - non possono creare

Una breccia che un istante non possa colmare -

L'assenza del Mago non

Invalida l'incantesimo -

Le braci di Mille AnniSchiuse dalla ManoChe le carezzava quand'erano FuocoSi risveglieranno e capiranno




 
 
 

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